L'EPIMETEO EUROPEO

2015-11-20 14:29:47

Come Epimeteo, il fratello di Prometeo che, aperto il vaso di Pandora, scoprì il male quando questo gli era già irreparabilmente addosso, l'Europa – trascinata da una Francia ferita – sta perdendo del tutto la lucidità nell'affrontare l'infuocato jihadismo che ci terrorizza. 

Si continua a considerare ciò che sta accadendo come una guerra tra nazioni che viene combattuta per interessi chiaramente identificati e con gerarchie del tutto esplicitate. Invece, sotto i nostri occhi sta divampando un conflitto glocal, in cui alcuni local vengono invasi dalla violenza (da una parte gli uomini bomba e dall'altra le bombe dai droni) in nome dei contrastanti “valori” di riferimento del proprio global: il messaggio coranico e lo spirito dell'occidente. Su questo piano non vi è accordo possibile, poiché tutto è inafferrabile: non ci sono vertici in grado di stringere patti e trasmettere ordini gerarchici, non c'è un Papa islamico, così come non ci sono detentori unici dello spirito occidentale. In mancanza di “soggetti di ultima istanza” ci si sente liberi di colpire e reagire in nome dei valori che si suppone siano condivisi nel proprio mondo.

Se tutto questo è certamente molto complicato, tuttavia i proclami sono chiari e semplici da comprendere: i terroristi, nella loro retorica di violenza, recitano “voi ci attaccate, noi vi attacchiamo” e noi sosteniamo di voler, innanzitutto, vivere privi di quella violenza che non appartiene al nostro modello di civiltà. Sul piano logico queste posizioni sono assolutamente compatibili, ma quando passiamo dalla logica alla prassi, ci accorgiamo che il mondo occidentale ormai ritiene che non ci sia null'altro da fare che proseguire in una strategia senza futuro.

Lo scontro è inevitabile? Tutt'altro. Se nelle risposte cominciasse a prevalere un pensiero (che ho cercato di rappresentare in un breve concept film che potete vedere a questo link) improntato a un principio precauzionale, allora capiremmo con chiarezza che occorre “allontanarsi dal fuoco”. Se non separiamo il destino dell'occidente reso quieto dal rigore della razionalità, da quello di un largo medio oriente reso incandescente dalla quotidianità della violenza, il destino comune sarà, infatti, una liquefazione che coinvolgerà, non solo le narrazioni sociologiche, ma la carne viva degli uomini.

Cosa fare?

Lasciare che i territori si autogovernino nel nome dei propri valori. Non incedere, nè alla tentazione di essere i “gendarmi del mondo”, nè a quella di dissolvere il patrimonio identitàrio dei nostri suoli in una poltiglia multiculturale. Lasciare aperte le nostre vie di accesso a tutti coloro che intendono riconoscersi nel nostro modo di vivere, ma non farsi trascinare da un indistinto dovere di accoglienza, bensì da un laico spirito di tolleranza. Alla Chiesa spetta il dovere della carità, agli Stati spetta la definizione della propria civiltà che – è bene non dimenticarlo – coincide, in larga parte, con il disincanto della secolarizzazione.

 

Purtroppo, sotto i nostri occhi accade esattamente il contrario e, travolti da un eccitata babele mediatica, non ci stiamo accorgendo di andare nella direzione più sbagliata e pericolosa. Accettare la sfida lanciata dal terrorismo, significa usare un'intelligenza che sappia valutare la necessità richiesta dal nostro destino, non gettarsi in una avventura fuori dal nostro tempo. Se fossimo un occidente ancora giovane e autenticamente prometeico, saremmo in grado di contrapporre, alla micidiale arma non convenzionale degli uomini-bomba, decine di migliaia di robot che camminano e combattono sul suolo della Siria e di tutto quel largo medio oriente dove l'incandescenza della violenza coincide con i riti della quotidianità. Poichè, però, non abbiamo il volto di un vero Prometeo Tecnico (nonostante la tanto diffusa quanto pleonastica tecnologia digitale che ci avvolge), cerchiamo almeno di non coincidere con il suo stupido fratello Epimeteo, destinato a capire sempre dopo ciò che occorre fare. La soluzione che andiamo cercando è ancora dentro le radici del pensiero che, seppur inabissatosi sotto la moltitudine delle parole propagandistiche veicolate dai media, ancora carsicamente scorre nel nostro sottosuolo.

 

Alessandro Aleotti

direttore@milania.it



 

 

 


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