ALLONTANARSI DAL FUOCO

2015-01-20 17:42:38

Alcune sollecitazioni – comprensibili alla luce della centralità nel discorso pubblico – mi hanno spinto a dare una forma più ampia e articolata al breve post-scriptum dedicato ai fatti di Parigi, che era stato inserito nel mio intervento sulla “leggerezza del denaro”.

 

ALLONTANARSI DAL FUOCO

In una partita di calcio un giocatore riceve una pallonata sul viso: prima barcolla o cade, poi gradualmente riprende a giocare aiutato dai compagni più esperti. Nella partita di calcio della storia, dopo la carneficina di Parigi l'opinione pubblica per un po' ha barcollato tramortita, balbettando intorno al tema religioso, poi ha cominciato da sola a capire che la religione non c'entra e ha ripreso il proprio cammino, seppur tormentata dal non ricevere alcun aiuto volto a comprendere questi sfoghi di violenza. Il rapido passaggio dall'euforica apologia della dissacrazione che si manifestava attraverso la trasposizione in Charlie, all'umano timore per l'hybris di cui – a testimonianza di quanto le religioni siano ormai profondamente secolarizzate – si è fatto addirittura portatore il Papa cattolico, ha reso chiaro che la religione non ha armato alcuna mano. Tuttavia, l'afasia e lo smarrimento regnano sovrani sui cuori e le menti dell'Occidente.

A parte quelle tristi figure costrette dalla propaganda politica a strumentalizzare qualunque tipo di paura che continuano a legare la violenza alla religione, nessuno azzarda certezze sul perché la religione non sia parte in causa di questa vicenda. Se è vero che il primo riflesso emotivo ci rimanda al ricordo di un'infanzia felix in cui i riti religiosi non potevano che ricondursi ad una bontà d'animo agli antipodi della violenza, tuttavia noi siamo adulti e questa spiegazione può soddisfare solo gli spiriti bambini.

La realtà è che la religione non è legata a questa vicenda perché essa, da ormai più di un secolo, ha smesso di produrre miracoli: non vi è persona – nemmeno la più devota ai diversi nomi di Dio – che oggi affiderebbe il proprio destino alla parola religiosa, come dimostra il fatto che, in ogni luogo del mondo, di fronte a un malessere del corpo o della mente ci si rivolge alla “tecnica che guarisce” e non alla “preghiera che invoca”. Se il venir meno della dimensione miracolista spiega l'estraneità della religione alla violenza che insanguina l'Europa, tuttavia resta aperta la domanda su quale sia la potente causa che ha armato di folle violenza e mostruoso coraggio i terroristi di Parigi.

Il sociologismo grossolano che identifica nel contesto degradato della banlieue ciò che sta alla base della violenza, è tanto apocalittico quanto fortunatamente irreale. Se il degrado, la differenza economica e la depressione sociale producessero la follia della violenza armata, non saremmo più vivi da un pezzo! La motivazione sociologica è perciò ancora più lontana di quella religiosa dallo spiegare la realtà.

La causa profonda che genera la violenza è una lunga irradiazione, un'emanazione di energia a cui da troppi anni sono esposti i territori mediorientali. In quei luoghi la temperatura della vita è ormai incandescente e la morte passeggia nelle strade divenendo una presenza talmente familiare da apparire quasi amica. Questa lunga esposizione ha determinato una mutazione antropologica verso la violenza che fatica ad essere contenuta e, infatti, prima ha contagiato il Nord Africa e poi, attraverso europei la cui vera “madrepatria” è il Medio Oriente, ha prodotto lampi di follia anche sui nostri freddi suoli occidentali.

Il nostro occidente euro-americano è, infatti, un territorio congelato, dove è il ghiaccio stesso a produrre calore nella termodinamica magia dell'igloo. A tutti è noto che avvicinare un elemento incandescente al ghiaccio produce solo l'annientamento della materia attraverso una liquefazione che, fuor di metafora, assume l'inquietante colore rosso del sangue. Avvicinarsi al fuoco è il più grande e rischioso degli errori che può compiere la civiltà della fredda intelligenza razionale. Se il caldo e il freddo si incontrano anche solo nel più amichevole dei tentativi di comprensione, il loro destino non può sfuggire allo scontro che produce l'annientamento. Ai fulmini del terrorismo - che già ci spaventano – non potranno allora far seguito altro che i tuoni e le tempeste. Ma attenzione: questo non ha nulla a che fare con il destino degli uomini (che, ovviamente, devono vivere il mondo attraverso la molteplice contaminazione degli incontri), ma con quello dei suoli (che, invece, devono ricevere dagli uomini – come oggi accade ancora per i sacri templi – assoluto e tangibile rispetto). Non vi è, quindi, un primato da definire, così come non vi sono valori da universalizzare. Il fuoco stia con la brace e il gelo con il ghiaccio: questo è l'unico principio da rispettare.

Gli uomini che rivestono ruoli di responsabilità in Occidente dovranno utilizzare molto a fondo la dote razionale che costituisce la nostra “civiltà del freddo”. Innanzitutto per capire che, anche se il vivere nel freddo è per noi un dato di insuperabile sanità mentale, tuttavia esistono uomini che vivono nel fuoco e, addirittura, hanno fede in questo desiderio. In un passato europeo senza più superstiti, anche noi abbiamo conosciuto argonauti (ora paradossalmente celebrati come eroi) che, nel 1915, partirono volontari per la Grande Guerra capeggiati da una pattuglia di artisti e poeti, a dimostrazione del fatto che quando il tempo infuoca un luogo, non è la disperazione degli “ultimi” a desiderare la violenza dell'annientamento, ma la creatività dei “primi”!

Cosa fare? Vi è una sola strada che il più umile come il più dotto degli uomini si sentirebbe di raccomandare: allontanarsi dal fuoco. Fortunatamente, si tratta di una strada condivisa anche da chi vive nei luoghi infuocati, come dimostrano le parole chiare ed elementari del terrorista Koulibaly nel suo video-testamento: “Voi ci attaccate, noi vi attacchiamo”. Non dobbiamo venir assaliti da alcuna paura. La natura ci insegna che l'uomo vive nella temperatura che gli si addice, quindi l'equilibrio spirituale su un territorio è nella fisiologia umana e può essere alterato solo da un errore dell'uomo. Tutto è felice nella chiarezza del pensiero.

Cosa significa questo in concreto? – domanderebbe chi ha responsabilità nella decisione pubblica e oggi non ha più accanto a sé un pensiero chiarificatore (Federico il Grande aveva Voltaire e Alessandro Magno aveva Aristotele, ma chi ha Obama? E l'Europa?). La risposta “concreta” è la declinazione di un concetto diverso sia dall'incontro che dallo scontro: l'allontanamento. Lasciare che gli interessi economici vengano affrontati attraverso il gioco economico senza mescolarsi al discorso pubblico e alla decisione politica. Abbandonare una visione geopolitica arrogantemente rinchiusa dentro l'idea che le “aree di influenza” siano legittimate da un discorso morale. Aprire gli occhi sul pericolo mortale – almeno per la nostra civiltà del freddo – del fuoco e della sua capacità di bruciare ogni cosa, dal petrolio alle vesti dei sacerdoti, dalle banconote alle schede elettorali.

Noi dobbiamo semplicemente lasciare che le forme a cui siamo affezionati si conservino nella perfezione del nostro gelo, dove – addirittura – anche la vita ibernandosi riesce a “spostarsi” oltre il proprio destino. Quindi, tornino i soldati che vogliono tornare e restino a combattere sui suoli infuocati coloro che si sono irreparabilmente contagiati. Ricompaiano le antiche colonne d'Ercole e torni anche il rispetto per chi è “altro” da noi e “oltre” i nostri suoli. Sul freddo territorio d'Occidente una razionalità profonda ci dice che non c'è da preoccuparsi, poiché l'acqua non risale la corrente del fiume e, quindi, non dobbiamo modificare nulla di ciò che noi oggi siamo ( come ci ha insegnato il meraviglioso esempio della gelida Norvegia che non ha cambiato di un millimetro le proprie leggi e le proprie abitudini dopo la strage che ha portato 77 giovani alla morte per mano di un paladino di estinte crociate).

Finché vorremo vivere nei valori della nostra civiltà del freddo dobbiamo avere fiducia che i nostri suoli gelidi siano in grado di conservare ogni uso, ogni culto e ogni abitudine attraverso l'inesauribile fonte – che possiede una inesplorata spiritualità – del materialismo tecnico e scientifico. Non manca la strada da percorrere, ma un pensiero che la indichi.

 

Alessandro Aleotti


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